L’anonimato di atleti e artisti della Sardegna antica e’ voluto dalla loro cultura, così sacrale e trascendentale, dove il divino annulla ogni precisa personificazione individualistica.
Un bronzetto proveniente da Monti Arcosu (Uta), raffigura due persone in lotta o per dirla alla sarda che “gherrant”(oggi come allora la lotta e’ guerra per i sardi). Anche se non possiamo dire con certezza se vengono raffigurate due divinità o due atleti sono tutti concordi sul fatto che stiano lottando.
Indossano una corta e attillata tunica al corpo, portano gambali a strisce ai polpacci , hanno la testa scoperta e sono scalzi. La gara sembra terminata infatti il vincitore ha steso bocconi il rivale e artigliandogli i piedi con i propri e afferrandolo ai polsi per immobilizzarlo sembra stia vincendo i maniera definitiva. Gli sta sopra infatti con tutto il suo peso e calca con le ginocchia le anche del vinto . Quest’ ultimo facendo un enorme sforzo tira su il capo guardando il vincitore. La linea superiore, flessuosa e movimentata rende la vibrante vivacità del corpo di chi ha trionfato, mentre nelle membra rigidamente tese del vinto ,così modellate per contrasto non troviamo nessun movimento agonistico e’ chiara l’inerzia, l’immobilità del perdente. Non diversamente il pastore sardo moderno, che soccombe in s’istrumpa, guarda l’avversario che lo ha prostrato,dopo uno strenuo corpo a corpo nella gara rusticana. Così passato e presente continuano alcune volte e si saldano nel lungo tempo della tradizione.
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