Il rapporto con il mare
E' certo che i Sardi ebbero una grande familiarità con il mare, specialmente con il Tirreno. Le navicelle votive bronzee ne sono la testimonianza archeologica più evidente. Fra le navicelle si distinguono:
• Scafi semplici e leggeri da corsa
• Scafi più pesanti per il trasporto delle merci
Come le navi nordiche (le baltiche e vichinghe) che hanno le prore decorate da cigni o da altri animali di quei bianchi freddi cieli, le navi sarde recano emblemi stilizzati di cervi, mufloni, buoi, arieti, ovvero la fauna dei pastori e dei montanari che si trasformano facilmente in pastori del mare, in quei pirati di cui ci parla Strabone.
Chi non si rende conto della profonda trasformazione storica che subì la Sardegna dopo la civiltà nuragica apogeica, stenta a capire lo strano fenomeno dei sardi i quali, da popolo di naviganti, è divenuto poi, e lo è ancora oggi, un popolo sul mare senza mare, una sorta di popolo “continentale” che ripudia lo sconfinato abbraccio di onde intorno alla sua terra. Ma questo fenomeno lo comprende chi valuta in tutta la sua pienezza il significato catastrofico per i sardi della conquista cartaginese sulla fine del VI sec. a.C..
Nell’VIII-VII sec. a.C lo stato della nostra isola era ancora quello di una piccola potenza che partecipava liberamente alle relazioni mediterranee. Il mare era ancora un veicolo, in cui i pastori avevano confidenza, ed era l’alimento della propria civiltà. Poi venne il Cartaginese che sostituì alle blandizie dei fenici la forza di uno stato militare. Il mare ebbe un altro padrone e per i sardi diventò una frontiera, delle sbarre di un carcere. La civiltà locale si chiuse in una livida solitudine, in un silenzio disperato, pieno di rancori, di sorde ribellioni e di attese.
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